Visualizzazione post con etichetta Favola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Favola. Mostra tutti i post

giovedì 5 febbraio 2026

La pozzanghera

 C'era una volta una piccola pozzanghera che voleva raggiungere il mare.

Lei non l'aveva mai visto, sapeva di lui dai racconti degli animali che andavano a bere la sua acqua e dai bambini che giocavano a saltarle sopra e ne facevano schizzare via tante piccole gocce.

La pozzangherina era felice di ascoltare tutti quei racconti ed era molto incuriosita da quello strano elemento che chiamavano "mare", aveva capito di essere affine a esso in qualche modo ma non riusciva a immaginarselo. così cominciò a chiedere a tutti quelli che si fermavano da lei:- Com'è il mare?

Che colore è?

Si può bere?

E dove si trova?

Credi che io possa mai raggiungerlo un giorno?

Gli animali e i bambini le rispondevano brevemente ma senza dare troppa importanza a quelle strane richieste.

Un giorno cominciò a piovere, pioveva tanto, ininterrottamente, senza fermarsi mai. La piccola pozzanghera si spaventò, diventava sempre più grande, sempre più profonda, i suoi confini erano ormai indefiniti.

La pozzanghera si allargo sempre di più, iniziò a discendere il crinale e a raggiungere un piccolo corso d'acqua che correva tumultuoso e rigonfio di pioggia.

La piccola pozzanghera ormai non lo era più, piccola, e non era più nel posto in cui era nata, e non si accorse, nella sua disperazione, che stava diventando lei stessa mare.

domenica 11 aprile 2021

La principessa Rìcciola

Era una principessa bellissima. Era nata così, con gli occhi azzurri e i riccioli biondi, unica nella sua famiglia di moretti dai lineamenti dolci ma pur sempre scuri. Era delicata come la sua pelle: appena la si sfiorava, piangeva. Se si sentiva offesa, piangeva. Se qualcun altro riceveva un regalo di compleanno, piangeva. Chiara e cerulea com'era, divenne la preferita della regina, mentre il re, uomo buono, non aveva preferenze tra tutti i numerosi principini e principesse. La regina era una creatura fragile, che a volte si lasciava prendere da bassi istinti umani, più forti di lei, come succede anche alle persone solitamente giuste.                                                                                                                                L'infanzia della principessa Rìcciola passò soavemente tra i piantini e complimenti che le rendevano apparentemente più facile la vita quotidiana. Gli altri fratelli e sorelle dovettero puntare sull'ingegno, sul coraggio, sulla personalità o la dolcezza di carattere, per emergere e trovare il proprio  modo di essere; faticando di più, ma ritrovandosi con una dotazione di strumenti emotivi varia e ricca.                                                                                                                                                      La principessa Rìcciola non poteva credere che gli altri potessero essere felici o riuscire a conquistare alcunchè senza neanche un ricciolo biondo, senza neanche una pagliuzza azzurra nei loro plebei occhi marroni o verdi.                                                                                                                                      Tutto ciò che vedeva compiere agli altri, studi, mestieri, passioni, le sembrava dunque strano, sbagliato, comunque immeritato. Com'era possibile che quando arrivava lei in un luogo, il sole, tutti gli altri non si prostrassero ad amarla e osannarla solo per ricevere il dono di uno sguardo o una parola?                                                    Com'era possibile che osassero interessarsi a cose che lei non capiva, perché tanto non ne aveva bisogno o che lei non concepiva, perché la sua meravigliosa testa era già troppo impegnata a ospitare due laghetti alpini e una cascata di boccoli che si rincorrevano con giocosa grazia?                                                        Come era possibile che tutte quelle persone trovassero l'amore pur avendo una scarsissima dotazione di base?                                                                                                                                  Inconcepibile! Piú ci pensava e meno si dava pace: solo lei, solo i suoi sorrisi potevano meritare attenzione, affetto e amore vero.                                                                                                               Chi erano questi impostori che osavano fare ragionamenti arditi, lavori gratificanti e desiderati, creare arte e bellezza nei loro ambiti o addirittura formare famiglie felici?                                                        Lei, nella sua infinita bontà ne parlava con le fantesche, le dame di compagnia, le cameriere personali, che sceglieva tra la plebe meno appariscente e raffinata e che tendeva a cambiare spesso, perché aveva poca tolleranza nei confronti dei piccoli errori quotidiani che quelle anime semplici non riuscivano a evitare. Non aveva amici di lunga data, le sue simpatie duravano poco, per paura che la frequentassero solo per brillare di luce riflessa.                                  Ma del suo dubbio persistente ne parlava con tutti, anche con un certo astio, non era eticamente e nobilmente accettabile che persone così poco attraenti dal punto di vista fisico potessero avere successo, coraggio, fama. Cercava di convincere tutti della sua bontà d'animo che si rispecchiava chiaramente nel suo aspetto, al contrario di tutte quelle persone ordinarie che in realtà dovevano essere in malafede, cattive, sicuramente assetate di gloria immotivata. Per essere più convincente ricorreva addirittura al pianto, la sua arma più affilata, sperimentata in anni e anni di onorato servizio e che quasi sempre arrivava a buon fine. In effetti le persone sensibili si lasciano spesso intenerire dal pianto altrui, anche se a volte riescono a leggere nell'animo di chi non ostenta ma custodisce con cura i propri sentimenti.                Comunque sia, tanto disse e tanto pianse che riuscì a sollevare dubbi anche in persone solitamente accorte e intelligenti: lei sarebbe dovuta essere imperatrice dell'universo, con quella chioma, con quei fanali...                                                                                                                                                Credeva fermamente che sarebbe stata solo questione di tempo prima che il mondo intero si rendesse conto di questa enorme ingiustizia sociale: quelli sprovvisti della dotazione estetica minima, non avrebbero meritato nessun riconoscimento personale.                                                                                             Ci lavorò per anni e anni, ma riuscì soltanto a portare il disaccordo all'interno della famiglia reale, a separare principi e principesse, a dividere i nipoti dagli zii, sorelle e cognati, fratelli e consorti varie. L'unica consolazione fu che il re e la regina erano già morti e non si accorsero mai dello sfacelo familiare, della perdita di fiducia che provocò nei discendenti e anche nella semplice dilapidazione di tutti i beni della famiglia, sprecati nel vano tentativo di dimostrarsi superiore.

La principessa Rìcciola si ritrovò sola, ormai pochi adoratori avevano resistito alle sue tirannie, ai suoi giochini di potere, al suo insinuare sensi di colpa urbi et orbi. 

Un giorno ricevette una lettera: le veniva comunicato che, per un errore di trascrizione, il suo nome all'anagrafe era stato ricopiato male. Lei quindi non si chiamava Rìcciola, ma Ricciòla: come il pesce, ma non azzurro.

giovedì 8 ottobre 2020

L'omino grigio

 Devo assolutamente raccontarvi l'incontro straordinario che ho avuto questa mattina con un personaggio particolare. Si tratta di un omino, piccolo e a prima vista insignificante, ma che in realtà, ha un compito e una ragione di vita davvero considerevoli e gratificanti per lui.

 Mi ci sono imbattuta per caso, come spesso succede per gli eventi che poi riconosciamo importanti solo dopo diverso tempo e diverse rimuginazioni. Era un tipo piuttosto ordinario, quasi grigio, silenzioso e noncurante di ciò che gli accadeva intorno, perfettamente concentrato sul compito che doveva portare a termine. 

L'omino era intento a cercare delle cose che spesso si rivelavano negli angoli più bui e nascosti di quel luogo. Non portava con sé alcun tipo di contenitore, ne faceva un mucchietto ben equilibrato e lo reggeva con grazia e leggerezza come fosse senza peso. Raccattava qualcosa vicino, qualcosa un pò più lontano e il suo mucchietto cresceva. A volte si imbatteva in una corrente d'aria che gli faceva perdere l'equilibrio.

Lui di equilibrio ne aveva parecchio rispetto alla quantità di roba che riusciva ad ammucchiare. La corrente, dicevo, gli spostava il carico e quindi il baricentro e lui ondeggiava vistosamente rischiando di cadere e di perdere ogni volta tutto il suo "tesoro".

C'è da dire che non si perdeva d'animo. Quando gli succedeva di perdere tutto, e gli succedeva spesso, per quanto ho avuto modo di osservare, lui ricominciava da capo a raccogliere ogni pezzo, senza brontolare, senza lamentarsi mai. Come se fosse nato per fare proprio quel lavoro e nessun altro al mondo e non gli sembrasse inutile ricominciare ogni volta. 

Avrei potuto maledire io, per lui, la corrente d'aria, ma mi sembrava poco nobile lamentare per procura di un fatto che l'omino pareva accogliere con rassegnata e dolce accettazione. Insomma, bene o male, piano piano il mucchio cresceva e si arricchiva di elementi nuovi; spesso simili, neri nerissimi corti e duri, bruni ricciuti attorcigliati in spirali concentriche, grigi soffici e volatili e altri, indecifrabili, di forma irregolare.

Provai a parlargli e a comunicare con lui, come si fa di solito nei piccoli paesi (ormai in città non usa più) con un sorriso e un cenno di saluto ma quello parve  non accorgersi nemmeno della mia presenza. Provai a salutarlo a voce alta ma neanche allora si voltò dalla mia parte, forse non mi aveva udito.

Era troppo intento nella sua interessantissima ricerca. Ogni volta che trovava qualcosa si chinava ad osservare e poi raccogliere il tesoro. Cercava sempre di incastrare il nuovo pezzo nel modo migliore perchè non cascasse e perchè si amalgamasse piacevolmente con gli altri pezzi e con l'intero carico. Aveva un talento istintivo per lo stivaggio armonico dei vari pezzi tra loro.

A veder da lontano quel mucchio sembrava una nuvola, non quelle nuvole carine soffici e bianche, ma quelle da cui ti aspetteresti un temporale da un istante all'altro. Ecco, potrei definire quell'omino come il genio della nuvola o il governatore delle tempeste.

Decisi comunque di non farmi spaventare da questa nuova impressione e di avvicinarmi ancora di più per osservarlo da vicino. Lo seguii nei suoi spostamenti continui, alla fine mi ritrovai distesa per terra, sulle assi di legno del pavimento, con la testa ficcata sotto al letto.

E lì, finalmente, compresi cosa faceva quell'omino provando e riprovando a raccogliere qua e là; peli, capelli e pulviscoli vari e briciole di ogni sorta. E compresi anche che il suo non era un raccogliere per accumulare o per custodire ma solo per spostare e nascondere quella quantità di materiale che chiamiamo polvere.

Lui la prendeva, la portava, la spostava da ogni parte seguendo la corrente proprio come fanno le nuvole in cielo o gli oggetti nel mare. Cercava di muoverla e portarla nei punti più nascosti, più tranquilli, in modo che noi non ci accorgessimo della sua presenza. Forse lui non sa che noi ne siamo i maggiori produttori e che tutta la nostra esistenza non è altro che una lunga, continua, incessante produzione e mutazione di cellule e tentativo di pulizia ed eliminazione delle stesse. Ora che l'ho incontrato cercherò di fare attenzione quando devo passare l'aspirapolvere e lo straccio, chissà quanti omini della polvere ho imprigionato e affogato nella mia carriera di donnina di casa. 

Ecco, signori, io ho avuto l'onore di incontrare l'omino della polvere.

venerdì 19 agosto 2016

Il lupo raccontastorie

Il vecchio lupo dimagriva a vista d'occhio, non mangiava da giorni.
Ogni volta che trovava una preda; che fosse una lepre, un ghiro, un cerbiatto, cominciava a raccontare storie, racconti, piccole avventure e non pensava affatto di mangiare chi lo ascoltava con interesse.
Gli animali all'inizio lo guardavano con sospetto pensando "ma come, questo lupo non cerca di mangiarmi? Forse è un trucco che usa per evitare che le sue vittime cerchino di scappare?"
Intanto ascoltavano con aria attenta e si appassionavano alle vicende dimenticando ogni timore.
Nel bosco si era sparsa la voce di questo lupo raccontastorie e alcuni animali presero l'abitudine di tornare da lui, regolarmente, per ascoltare le sue narrazioni, ne aveva sempre di nuove da raccontare, non si ripeteva mai, a meno che qualcuno gli chiedesse una storia in particolare e lui la raccontava sempre con le stesse parole, come se l'avesse imparata a memoria.
Ogni volta che qualcuno andava a trovarlo lo trovava sempre più magro ma con la stessa voglia di chiacchierare. Un giorno si presentò da lui mamma cerbiatta con una pentola di stufato di lenticchie e patate; delizioso, insaporito con sedano e mentuccia del bosco.
Il lupo si schermì, non poteva accettare, non voleva dare disturbo e togliere lo stufato di bocca ai cerbiattini e poi lui era un vero lupo carnivoro. Mamma cerbiatta non si arrese:- Su dai, c'è anche la pancetta saltata, assaggia una cucchiaiata poi potrai raccontare ai miei cerbiattini la storia della fava cattiva e dei tre piccoli pisellini...
Il lupo, docile, assaggiò e come succede a volte, che ci si rende conto di ciò di cui avevamo bisogno quando lo troviamo, si accorse di avere una gran fame e finì in fretta tutto lo stufato. Allora i cerbiattini, che attendevano poco lontano, arrivarono di corsa e si misero comodi intorno al lupo ad ascoltare chissà quali meraviglie.
A volte capitava nel bosco anche qualche bambino e il lupo riusciva a "catturare" anche la loro attenzione. In questi casi però arrivava sempre qualche umano adulto ad interrompere il racconto e a trascinare via i piccoli per il terrore che quella belva li divorasse.
Il lupo non riusciva a farsi capire dai grandi, quelli sentivano i suoi ululati e fuggivano di corsa nonostante le proteste dei bambini "no, no, devo sentire come finisce la storia!"
Figuriamoci se potevano credere che un lupo potesse parlare ed i loro pargoli potessero capire il suo linguaggio. Anzi, gli abitanti del villaggio, vicino al bosco cominciarono ad essere preoccupati di quella presenza e ad accusarlo della sparizione di galline e animali domestici.
Non potevano immaginare che ogni giorno invece, il vecchio lupo intratteneva decine di animali di ogni specie, questi poi si erano messi d'accordo per portargli ogni volta qualcosa da mangiare per ringraziarlo dei momenti felici che regalava loro. Lo scoiattolo una volta gli portò una bellissima collana di nocciole che il lupo indossò perchè era un pò sdentato e non riusciva a mangiarla e per ogni nocciola gli "snocciolò" una filastrocca.
Il riccio gli preparò la zuppa di scarafaggi, zucchine e misticanza, fresca e corroborante, ma gli scarafaggi non erano ben cotti e alcuni scapparono dalla pentola.
La volpe si presentò una domenica con spiedini di vipera e peperoni, una vera squisitezza e in quell'occasione il lupo gli raccontò la storia dei serpenti nel paradiso paludoso che furono tentati da un uomo con una caviglia pelosa ma riuscirono a resistere grazie ad una fila di processionaria.
Un pomeriggio, il lupo stava pulendo il sentiero che portava alla sua tana, raccoglieva le pigne ed i rametti e li accatastava in graziosi mucchi, spostava le pietre più grosse e con quelle piatte formava una comoda pavimentazione davanti alla soglia.
Arrivò un bambino, avrà avuto quattro o cinque anni, non di più e non sembrava spaventato, anzi, gli chiese se poteva accarezzare la sua bella coda folta, il lupo acconsentì e cominciò a raccontare la storia dei pipistrelli che realizzarono gli occhiali da sole con foglie di eucalyptus e bava di lumaca per uscire anche di giorno e poter contare le righe gialle e nere delle vespe per via di una scommessa fatta al "Foxy bar". Il bambino ascoltava rapito e non sentì la voce dei genitori che chiamavano:- Enrico...
Enrico... Il lupo, un po' sordo e un po' assorto nel  racconto non ci fece caso anche perché lui non sapeva che si chiamasse così, lui lo chiamava semplicemente: bimbo.
Ma i suoi genitori lo videro e da lontano pareva che il lupo, così infervorato, volesse fargli del male.
Il papà aveva il fucile e sparò un colpo in aria, il lupo si rifugiò nella tana e Enrico fu trascinato via, lontano da quel lupaccio cattivo e a nulla servirono le sue proteste, sul fatto che il lupo era buono e raccontava bellissime storie.
Quell'episodio scosse tanto gli abitanti del villaggio che si riunirono e decisero di catturare il lupo per evitare che altri piccoli innocenti cadessero nelle sue grinfie. Organizzarono una spedizione e un mattino presto tutti gli uomini del villaggio partirono con fucili e bastoni e una grossa gabbia di canne intrecciate a prova di lupi feroci.
Tutti insieme non faticarono a catturare il vecchio lupo che non smetteva di provare a parlargli ma quelli sentivano solo modulati ululati.
Caricarono la gabbia sul carro e la portarono al villaggio in attesa della riunione per decidere come liberarsi di quella orribile belva.
Gli animaletti del bosco avevano osservato tutta la scena e avevano seguito con discrezione il chiassoso corteo; il riccio aveva provato a bucare le ruote del carro ma quelle erano di legno.
Gli scoiattoli avevano lanciato ghiande e nocciole con tutta la loro forza ma avevano colpito anche il lupo. I castori avevano fatto crollare il ponte sul torrente e gli uomini avevano incastrato la gabbia tra le due rive e vi si erano arrampicati sopra per attraversarlo ed il lupo aveva rischiato di affogare.
I cerbiatti avevano provato a fermare il gruppo fingendo un'aggressività che non aveva convinto nessuno di quegli uomini abituati a discutere con suocere ed impiegati delle poste.
Così ora, il povero lupo era ingabbiato al limitare del paese e subito si sparse la voce tra tutti i bambini che lo osservavano incuriositi e dispiaciuti da dietro le finestre.
Il lupo si sentiva davvero triste, era imprigionato, innocente e incapace di farsi capire dai suoi carcerieri. Quando fece buio la volpe gli portò un po' del suo cibo preferito; spezzatino di gallina con purè di carote e zucca al rabarbaro e rimase un po' con lui a fargli compagnia.
Più tardi arrivò Enrico per vedere se era il suo amico raccontastorie e appena lo vide lo salutò con affetto tirandogli la coda e le orecchie e gli chiese di raccontargli la fine della storia  interrotta bruscamente dai suoi genitori. Il lupo si scrollò e attaccò subito con il racconto ma a Enrico non piaceva vedere il suo amico tra le sbarre allora aprì la gabbia ed entrò anche lui sedendoglisi accanto.
Dopo un po' arrivò un'altra bambina che aveva visto Enrico sgattaiolare fuori di casa a quell'ora tarda e si mise seduta anche lei dentro la gabbia ad ascoltare le meravigliose parole del lupo.
Poi arrivarono due gemelli della casa vicina al bosco ed entrarono anche loro stringendosi vicini vicini.  Si unirono alla piccola compagnia due ragazzine che si accomodarono fuori dalla gabbia, dentro la quale non entrava più nessuno, arrivò anche una famigliola di ricci e le lucciole illuminavano i racconti della sera.
Passavano le ore e nessuno tornò a casa, dopo gli affascinanti racconti si erano addormentati serenamente, anche il vecchio lupo.
I genitori si accorsero che i bambini erano scomparsi dai loro lettini e cominciarono a cercarli casa per casa rendendosi conto che non erano casi isolati, infatti il numero di adulti preoccupati cresceva sempre di più, qualcuno prese il fucile, qualcuno prese una torcia e vagavano dalla piazza alla discesa per i carretti, dal pozzo al campetto dei giochi ma senza risultato.
Quando arrivarono al limitare del bosco gli ritornò in mente il lupo e andarono a controllare se la gabbia fosse ben chiusa e non potete immaginare la loro sorpresa nel trovare la gabbia aperta, i ragazzi addormentati dentro e fuori, e il piccolo Enrico che russava dolecmente abbracciato al vecchio lupo.
Allora finalmente si resero conto dell'innocenza e della bontà d'animo del vecchio lupo e da quel momento decisero di proteggerlo e prendersene cura come di un caro amico, fu lasciato libero di tornare alla sua tana che fu segnalata da un cartello colorato "tana di lupo raccontastorie".
I bambini avevano il permesso di andare da lui ogni volta che volevano e gli portavano da mangiare, una sciarpa di lana fatta dalla nonna per l'inverno, i copriorecchie e le caramelle balsamiche per la gola affinchè non si stancasse mai di raccontare.
Ma questo non era proprio un problema.

mercoledì 4 maggio 2016

Medusina

La piccola medusa si guardò intorno, aveva appena finito di
mangiare e osservava beata i raggi del sole che entravano
in acqua riflettendo mille colori.
Lentamente  cercò di avvicinarsi ai suoi amici, si era distratta
per mangiare e la corrente l'aveva trascinata lontano.
 Li vedeva scherzare tra loro, tirarsi i tentacoli, darsi le
testate come facevano sempre ma non riusciva a raggiungerli;
come al solito aveva mangiato troppo!
I grandi la ammonivano spesso:- Non esagerare, guarda che
se mangi troppo non riuscirai più a farti trasportare...-
Esasperando le conseguenze per farla spaventare.
Una volta, addirittura, Medusaviola le aveva detto che se
avesse mangiato troppo sarebbe rimasta indietro, avrebbe
perso “lo stormo” e la terribile palla marina Mannara
l'avrebbe catturata con facilità. Lei non aveva mai sentito
parlare prima della palla marina Mannara e così cominciò a
chiedere in giro, con noncuranza, facendo domande all'uno
e all'altro per non dare a vedere che aveva paura.
Alle sue domande, qualcuno ridacchiava, qualcuno le diceva
di tenere gli occhi aperti e altri le dicevano che non era
poi così terribile.  I piccoli come lei la temevano, temevano
di essere inglobate dai suoi peli ispidi e trascinate a riva
con forza tale da restare sulla sabbia; seccate.
Medusina cercava di farsi coraggio ma, quando era buio,
stava ben attenta a non allontanarsi dai tentacoli dei suoi
genitori che l'abbracciavano dolcemente. A volte aveva
incontrato delle palle marine nel suo vagabondare sotto
costa ma erano tutte piuttosto piccole, malconce e per
nulla spaventose.
 
Adesso le sue amiche erano un po' più vicine, riusciva
quasi a sentirne i delicati sbuffi e risucchi melodiosi e i
divertenti “plop” di quando sbattevano l'una contro l'altra.
 Però si  stavano avvicinando troppo alla riva quelle piccole
incoscienti, Medusina provò a chiamarle ma le uscì solo un
grosso borbottio dovuto alla digestione. Niente da fare,
nessuno si accorgeva di lei, provò anche a fare dei gesti con
i piccoli tentacolini cangianti ma li sentiva goffi e pesanti e
nessuno la notava. Il gruppo delle piccole meduse cominciò
a confondersi con la spuma delle onde, ora le vedeva, ora
non le vedeva. Il mare era leggermente increspato e le
sparpagliava alla deriva tra bolle, legni, rifiuti di quegli
 strani animali opachi ed imprevedibili e tante palle marine.
Medusina cercava in ogni modo di tornare al largo ma la
corrente era forte e la spiaggia era sempre più vicina,
iniziò a temere di aver perso lo stormo. Allora si accorse
di un'ombra minacciosa che le si avvicinava; grossa, rotonda,
ricoperta di crini duri e disordinati, era proprio la sua paura
più grande: la palla marina Mannara!
Questa si avvicinava con fare minaccioso, di sicuro non
aveva buone intenzioni nei suoi confronti. Medusina provò
ad allungare un tentacolo per urticarla od allontanarla ma
sembrava dura come la scorza di razza.
Ormai Mannara le era addosso, lei aveva lanciato già tre
tentacoli avvolgendola per bruciarla ovunque ma quella andava
avanti senza farci caso, come se non sentisse dolore. Invece
lei si sentiva pungere dappertutto, anche sotto al cappello,
dove era più morbida.
 
Due tentacolini si erano tagliati con l'attrito e gliene
restavano solo tre con cui provare a remare lontano ma
 Mannara non la lasciava anzi le premeva sempre di
più addosso. Cercava di infilarle i peli ispidi dappertutto,
voleva trasformare anche lei in una orribile e vorace palla
marina. Ad un certo punto passarono sopra un cespuglio di
poseidonia verde, fresca, che ondeggiava le sue foglie in
favore della corrente e Medusina pensò di aggrapparsi ad
essa per provare a salvarsi. Con grande fatica riuscì a
staccare, uno alla volta, dal corpo della palla marina i suoi arti
 irritati dalle numerose punture e con un bel respiro cercò di scendere un po' più giù; nel blu.
La manovra distrasse Mannara che irrigidì per un attimo i peli,
come le vibrisse di un pesce gatto, e Medusina riuscì ad
aggrapparsi con tutte le sue forze alle alghe verdi che le solleticavano la pancia. La terribile palla marina non potè fare
altro che  passare oltre con il formarsi di un piccolo vortice di schiuma . Medusina continuò a tenersi stretta stretta, con gli
occhi chiusi, tremante di paura ma ormai salva. Poi si sentì
chiamare, lo stormo l'aspettava, le meduse più vicine si erano accorte di tutte e avevano dato l'allarme. Avevano formato un
enorme “tappeto” allungando tentacoli in ogni direzione per
restare unite le une alle altre.
Medusina non aveva mai visto niente di più bello e dai pori del
suo cappello cominciò ad uscire qualcosa di liquido e
trasparente, leggermente salato, che lavò via tutta la paura.
 Sul suo viso comparve un sorriso di vera felicità, allungò un tentacolino verso il tappeto di meduse e aspettò la corrente
giusta per ricongiungersi alla sua famiglia.
 
Restarono unite così,
intonando un canto di gioia, tutte insieme,
 fino a che furono di nuovo al largo.