lunedì 11 luglio 2016

Pace e tempesta

Tu pensi che io ti stia aspettando in questa calda domenica d'estate mentre svolgo lentamente le faccende di casa per darle un'impronta di freschezza.
Credi che ti aspetti mentre, tra un lavoro e l'altro, do un'occhiata al telefono per leggere un tuo eventuale messaggio, per trovare un fugace saluto.
Credi che pensi solo a te mentre, distesa sul letto a leggere un libro, mi immergo nella storia cercando di trovare sensazioni provate con te, inutilmente, perché questo è un thriller ed il nostro modo di stare insieme è improntato alla gioia.
Riscoprirmi con le labbra secche e stendervi subito un velo di burro di cacao è istintivo, ma non lo faccio per te, per rendere le mie labbra più morbide ai tuoi baci, stasera; quando saremo insieme.
Come staremo stasera?
E' sempre una sorpresa, è sempre una scoperta...
Avremo voglia di parlare di noi? Avremo voglia di raccontarci la nostra giornata?
Avremo voglia di toccarci lievemente, durante la cena, come per affermare il nostro desiderio? Avremo voglia di ritrovarci soli, nudi, con questo caldo?
Avremo voglia di dirci quelle parole d'amore che ancora non chiamiamo così, che ancora non osiamo definire, per paura di bruciare i tempi e rovinare tutto?
Ho preparato per cena, la verdura è pulita, la frutta è in fresco,
ho già in mente come disporre la tavola, ho steso la focaccia con cura,
sta lievitando dolcemente, come l'attesa (di te?) e la voglia di vederti.
Niente mi fa sentire femminile come l'attesa.
Altre volte ho atteso qualcuno con un'ansia che mi rodeva dentro, attendere te ha un altro sapore; un gioioso sapore d'intimità, come se non ci fosse nulla di più giusto, finalmente.
L'unica tensione è stare bene insieme, entrambi, sembra una cosa così scontata e invece è così nuova e allo stesso tempo semplice, semplice come tutte le cose che abbiamo fatto insieme, e le altre cose che sono diventate nuove proprio perché fatte insieme.
Sei pace nell'anima, sei tempesta nei sensi, forse è vero che stavo pensando a te.

giovedì 16 giugno 2016

Forza da Giuseppe

Dopo un anno di lavoro, arriva questo periodo strano, periodo di bilanci, di grandi eventi e di saluti. Oltre al caldo si fanno sentire le fatiche accumulate, si comincia a fare il conto alla rovescia, si comincia a non sopportare più di vedere le solite facce e sentire lamentele varie. Tra i vari impegni c'è il seminario di chiusura dell'anno, per fare il punto della situazione e per ragionare su ciò che ci portiamo a casa... E qui intervengono i formatori, e oltre ai soliti complimenti di rito, come il loro ruolo richiede, riescono sempre ad instillare piccole gocce di fiducia e riflessioni profonde che ci ricordano il motivo per cui abbiamo scelto il nostro lavoro, e non potremmo mai accontentarci di fare di meno. O forse questo lavoro ha scelto noi, e in questo caso, non posso che essere più che onorata e orgogliosa di svolgerlo ancora con passione e riconoscenza.

martedì 7 giugno 2016

Da quando so

Di cosa dovrei vantarmi?
I miei sono solo pensieri,
sto solo fermando su carta,
ciò che pensavo ieri.
E' che se lo scrivo mi serve
come se fosse più vero,
imparo molto più in fretta 
se è scritto sul bianco col nero.
Da quando so chi sono,
non ho più bisogno di dimostrarlo.
Da quando scrivo chi sono 
non posso più dimenticarlo.
Puoi urlare, arrabbiarti,
 battere i pugni,
non ho più paura 
che mi lasci i segni,
io segno con forza 
su carta e sul cuore;
pensieri dolci e precise parole
coscienza che incarna 
 profondo calore.
L'aver superato il baratro, sola
riempie il mio essere 
e ingrandisce il mio sogno,
e divento forte e senza paura
di avere di te, ancora bisogno.

sabato 4 giugno 2016

L'arte dell'attesa

So che arriverai presto
e mi preparo a riabbracciarti
sono bravissima a pregustare gli incontri.
Ho tante cose da dirti
 cose che leggerai nei miei occhi,
se prendessi nota ne riempirei un testo,
per non dimenticarle,
 per non scordare i punti.
Amo quest'attesa
questo tempo sospeso
pieno di attività quotidiane
e di pensieri romantici.
E resteranno pensieri
perché quando saremo insieme
so già come sarà tra noi:
la mia pelle vuole sentire la tua
la tua bocca vuole stare sulla mia
le nostre mani si cercheranno
perdendosi lungo il corpo.
Parole e risate sapranno farsi spazio
tra sensazioni e sospiri
tra momenti d'incanto.
I pensieri romantici tra noi esistono
solo quando siamo distanti,
quando siamo insieme; immersi uno nell'altro,
prevale la parte di noi più carnale
con cui amare e celebrare la vita.


mercoledì 1 giugno 2016

Maga Lenticchia

Maga Lenticchia, signori, che coraggio!
Ha steso i panni fuori, ora che è maggio!
Ha aperto la finestra e c'era il sole
il tempo di girarsi ed ecco l'acquazzone.
 
Maga Lenticchia sa sempre come fare
chiunque glielo dica non sta ad ascoltare,
solleva il mestolo che fa la magia
"gira rigira e vola via".
 
La sua testardaggine è ormai risaputa
in tutto il regno e nell'isola turchese,
nulla ferma la sua scopa fasciuta
alla scoperta di ogni paese.
 
Il suo unicorno si è già rassegnato
a casa spesso rimane da solo,
maga Lenticchia sceglie il Libromatto
da portar con sé in ogni suo volo.
 
E non dimentica mai una matita
per scrivere appunti, pensieri e disegni
non ha più paura, non è mai risentita
da che' si diverte con i suoi vari impegni.
 
Non sa cosa cerca; prova tutto, è curiosa
vuole conoscere, cercar di capire
sperimenta ricette, magie, ogni cosa
che sulla sua strada possa scoprire.
 
Non vi dico poi quando fa pulizia
unicorno Mansueto nasconde in cantina
ogni cosa possa esser buttata via
dal gesto impulsivo della dolce donnina.
 
Quando in cucina gira il minestrone
parla da sola e pare assai contenta
 canta a voce alta un'allegra canzone
nell'aria un profumo di zucca e di menta.
 
Unicorno sa quando è pronto il mangiare;
Lenticchia suona una campana con forza
ovunque egli si possa trovare
è un suono che alcuna distanza smorza.
 
E' dentro di sé, la sente nel cuore
la voce della cara maga Lenticchia
che con la sua scopa sparisce per ore
ma se ha bisogno, accorre senza fatica.
 
 
 
 
 
 


mercoledì 4 maggio 2016

Medusina

La piccola medusa si guardò intorno, aveva appena finito di
mangiare e osservava beata i raggi del sole che entravano
in acqua riflettendo mille colori.
Lentamente  cercò di avvicinarsi ai suoi amici, si era distratta
per mangiare e la corrente l'aveva trascinata lontano.
 Li vedeva scherzare tra loro, tirarsi i tentacoli, darsi le
testate come facevano sempre ma non riusciva a raggiungerli;
come al solito aveva mangiato troppo!
I grandi la ammonivano spesso:- Non esagerare, guarda che
se mangi troppo non riuscirai più a farti trasportare...-
Esasperando le conseguenze per farla spaventare.
Una volta, addirittura, Medusaviola le aveva detto che se
avesse mangiato troppo sarebbe rimasta indietro, avrebbe
perso “lo stormo” e la terribile palla marina Mannara
l'avrebbe catturata con facilità. Lei non aveva mai sentito
parlare prima della palla marina Mannara e così cominciò a
chiedere in giro, con noncuranza, facendo domande all'uno
e all'altro per non dare a vedere che aveva paura.
Alle sue domande, qualcuno ridacchiava, qualcuno le diceva
di tenere gli occhi aperti e altri le dicevano che non era
poi così terribile.  I piccoli come lei la temevano, temevano
di essere inglobate dai suoi peli ispidi e trascinate a riva
con forza tale da restare sulla sabbia; seccate.
Medusina cercava di farsi coraggio ma, quando era buio,
stava ben attenta a non allontanarsi dai tentacoli dei suoi
genitori che l'abbracciavano dolcemente. A volte aveva
incontrato delle palle marine nel suo vagabondare sotto
costa ma erano tutte piuttosto piccole, malconce e per
nulla spaventose.
 
Adesso le sue amiche erano un po' più vicine, riusciva
quasi a sentirne i delicati sbuffi e risucchi melodiosi e i
divertenti “plop” di quando sbattevano l'una contro l'altra.
 Però si  stavano avvicinando troppo alla riva quelle piccole
incoscienti, Medusina provò a chiamarle ma le uscì solo un
grosso borbottio dovuto alla digestione. Niente da fare,
nessuno si accorgeva di lei, provò anche a fare dei gesti con
i piccoli tentacolini cangianti ma li sentiva goffi e pesanti e
nessuno la notava. Il gruppo delle piccole meduse cominciò
a confondersi con la spuma delle onde, ora le vedeva, ora
non le vedeva. Il mare era leggermente increspato e le
sparpagliava alla deriva tra bolle, legni, rifiuti di quegli
 strani animali opachi ed imprevedibili e tante palle marine.
Medusina cercava in ogni modo di tornare al largo ma la
corrente era forte e la spiaggia era sempre più vicina,
iniziò a temere di aver perso lo stormo. Allora si accorse
di un'ombra minacciosa che le si avvicinava; grossa, rotonda,
ricoperta di crini duri e disordinati, era proprio la sua paura
più grande: la palla marina Mannara!
Questa si avvicinava con fare minaccioso, di sicuro non
aveva buone intenzioni nei suoi confronti. Medusina provò
ad allungare un tentacolo per urticarla od allontanarla ma
sembrava dura come la scorza di razza.
Ormai Mannara le era addosso, lei aveva lanciato già tre
tentacoli avvolgendola per bruciarla ovunque ma quella andava
avanti senza farci caso, come se non sentisse dolore. Invece
lei si sentiva pungere dappertutto, anche sotto al cappello,
dove era più morbida.
 
Due tentacolini si erano tagliati con l'attrito e gliene
restavano solo tre con cui provare a remare lontano ma
 Mannara non la lasciava anzi le premeva sempre di
più addosso. Cercava di infilarle i peli ispidi dappertutto,
voleva trasformare anche lei in una orribile e vorace palla
marina. Ad un certo punto passarono sopra un cespuglio di
poseidonia verde, fresca, che ondeggiava le sue foglie in
favore della corrente e Medusina pensò di aggrapparsi ad
essa per provare a salvarsi. Con grande fatica riuscì a
staccare, uno alla volta, dal corpo della palla marina i suoi arti
 irritati dalle numerose punture e con un bel respiro cercò di scendere un po' più giù; nel blu.
La manovra distrasse Mannara che irrigidì per un attimo i peli,
come le vibrisse di un pesce gatto, e Medusina riuscì ad
aggrapparsi con tutte le sue forze alle alghe verdi che le solleticavano la pancia. La terribile palla marina non potè fare
altro che  passare oltre con il formarsi di un piccolo vortice di schiuma . Medusina continuò a tenersi stretta stretta, con gli
occhi chiusi, tremante di paura ma ormai salva. Poi si sentì
chiamare, lo stormo l'aspettava, le meduse più vicine si erano accorte di tutte e avevano dato l'allarme. Avevano formato un
enorme “tappeto” allungando tentacoli in ogni direzione per
restare unite le une alle altre.
Medusina non aveva mai visto niente di più bello e dai pori del
suo cappello cominciò ad uscire qualcosa di liquido e
trasparente, leggermente salato, che lavò via tutta la paura.
 Sul suo viso comparve un sorriso di vera felicità, allungò un tentacolino verso il tappeto di meduse e aspettò la corrente
giusta per ricongiungersi alla sua famiglia.
 
Restarono unite così,
intonando un canto di gioia, tutte insieme,
 fino a che furono di nuovo al largo.
 

 

 

 

domenica 1 maggio 2016

Quel frattale del mio paese

Un giorno vi racconterò del piccolo paese in cui vivo, del fatto che ci siano tutte le tipologie di persone (e figure retoriche) che si possono incontrare nel mondo.
Il mio paese è un frattale.

C'è un cassiere al supermercato, affabile, gentile, chiama tutti per nome, scherza con gli anziani,
adora parlare ma non spettegolare, gli piace raccontare di sé.
E ne ha da raccontare, come se avesse vissuto più di una vita,
come se avesse impresso ogni ricordo con la stessa intensità, come se affidasse quel piccolo pezzo di sé al vento affinché possa girare per il mondo. Ha un grave difetto; non ama il mare, io non riesco a concepire l'esistenza di qualcuno che non ami il mare, secondo me il punto è che non lo ha mai capito, non vedo altre spiegazioni.

C'è una vecchina, alla fine della via, coltiva il suo orto e cura il suo prato, facendosi aiutare dai nipoti solo per i lavori più pesanti, ha messo in giardino un filo per i panni; e quando c'è il sole stende i suoi abiti dall'aria retrò, pulitissimi e bianchi come solo alcune vecchine riescono ad ottenere. E' molto accogliente con i vicini, ferma tutti per una chiacchiera, riesce senza malignità a scovare il punto debole di ognuno e scavarci dentro con le sue domande innocentemente curiose. Invita tutti a sedersi, in una delle tre sedie di plastica scolorite dagli anni, ma nessuno lo fa perché dopo una chiacchierata con lei ci si sente sempre un po' sconfitti.

C'è un ubriacone salutista, so che può sembrare un controsenso, ma lui è proprio così: beve e poi va a fare sport, corre nella strada che porta in campagna, a piedi o sulla sua bici, è forse il modo che ha per redimersi dal suo irresistibile vizio, che non vuole abbandonare, quando esce dal lavoro, va a casa a bere. Il suo fiato si sente a distanza, a parte quello e ad un certo colorito paonazzo del viso, il fisico lo sostiene nel suo peregrinare.

C'è il barbiere d'ordinanza, persona squisita, emigrato qui al nord decenni fa, fedele al suo accento come alla sua pettinatissima moglie. Ha un negozio che apre all'alba, arredato in modo moderno e una vetrata ampia che assicura vigore alle sue piante e dei quadri coloratissimi di Klimt e Mirò, che mi fanno ricredere ogni volta sul suo apparire semplice. Ha un nome buffo, una timidezza e riservatezza d'altri tempi, usufruire dei suoi servizi è una vera pausa rilassante. La sua clientela varia e' affezionata alla sua professionalità e discrezione, lui è anche maestro di taglio e parrucco, non delude nessuno.

C'è il vecchio sindaco; sportivo anche lui, che ha sposato il vecchio assessore comunale alla cultura e ora che non lavorano più insieme probabilmente hanno più da raccontarsi sulle loro giornate ma tutti gli altri hanno meno da raccontare su di loro.

C'è la perpetua storica, in paese si sono avvicendati tre parroci e lei probabilmente era già là a "lavorare" dai tempi della costruzione della chiesa, lei è bravissima a lavorare a maglia, ha dei completini stupendi che deve continuamente rinnovare perché sta raggiungendo delle dimensioni davvero ragguardevoli. Bisogna dire che ha un notevole spirito di adattamento perché i tre parroci sono ( e sono stati) dei tipi diversissimi tra loro; o probabilmente si sono adattati essi. Nonostante le difficoltà nel movimento organizza delle gite turistiche davvero fantasiose.

C'è un dipendente comunale, una specie di tecnico factotum che si occupa di qualsiasi aspetto riguardante le numerose feste e manifestazioni varie del paese, lui sa fare tutto, aggiusta tutto, fa funzionare tutto. Ha uno stile particolare nel vestire, il suo pezzo forte sono i pantaloni "cargo" con le tasche grandi da cui estrarre qualsiasi cosa possa servire a chiunque per sistemare alcunché. Nonostante l'aria accigliata parla con tutti ed è sempre circondato da qualcuno che cerca di carpirne i segreti.