giovedì 14 luglio 2016

Infanzia che fu

Puoi avere messo da parte un bel po' di titoli, puoi svolgere il mestiere che sognavi, raggiunto dopo anni di tentativi, dopo aver superato concorsi pieni di concorrenti agguerriti, puoi aver cresciuto un figlio quasi da sola, puoi aver raggiunto un'età di tutto rispetto ed essere serena ed equilibrata nei rapporti con gli altri, ma se tua madre ti fa notare che sei spettinata puoi sentirti ancora come una bambina.
Per mia madre era un vanto il fatto di avere tanti bambini sempre puliti ed in ordine, pettinati, composti e beneducati nonostante il numero (8). Quando qualche cliente del negozio lo faceva notare a lei o a mio padre era tutto un rossore, un sorridere senza schermirsi, con l'orgoglio di chi dava valore, prima su tutto, alla famiglia.
Fare famiglia significava, a casa mia; avere tanti bambini, sani, possibilmente belli ma soprattutto bravi, cioè obbedienti e rispettosi, non era solo un'apparenza di facciata, i miei genitori ne erano proprio convinti.
Noi figli ci rendevamo conto che questo andava spesso a discapito di quello che volevamo fare ed essere noi piccoli, e c'era sempre quella frase che non spiegava niente e non ci consolava assolutamente "quando sarai grande capirai".
D'altra parte da un certo punto di vista c'era molta più libertà di ora, noi, una volta lavati, vestiti e pettinati, potevamo stare fuori a lungo senza essere rintracciabili se non dalle vicine e dai conoscenti dei miei genitori, che per il fatto di avere un negozio erano "famosi" in tutto il paese.
Con i bambini della via (i primi amici) facevamo gare di corsa, ruote, verticali, salti, arrampicate su alberi e pali e cartelli stradali, tutte quelle attività che si facevano senza giocattoli, non era da tutti possedere biciclette o pattini o skateboard, ma non era un grosso problema.
Ricordo pomeriggi infiniti a giocare con una canna lunghissima che facevamo ruotare in terra e dovevamo saltare secondo diverse regole inventate lì per lì, o partite a palla prigioniera e palla avvelenata che si svolgevano per l'intero quartiere sempre con la partecipazione minima di dieci bambini.
Insomma, potevamo fare di tutto, bastava semplicemente tornare a casa più o meno interi (altrimenti c'era il rischio di prenderle), quindi non ci si lamentava mai di graffi, sbucciature e contusioni varie, e possibilmente con i vestiti integri che sarebbero poi così passati ai fratellini più piccoli.
A mano a mano che si cresceva i nostri genitori richiedevano maggior impegno nelle faccende domestiche e, a seconda del sesso, anche in quelle extra; i miei fratelli maschi aiutavano babbo nell'orto e noi ragazze imparavamo a "gestire" i lavori per diventare delle esperte padrone di casa; la massima aspirazione femminile consentita ai miei tempi e luoghi (il luogo di nascita è fondamentale! Ricordarlo prima di reincarnarsi).
Insomma un'infanzia quasi idilliaca, il quasi è riferito ai pochi soldi ma anche questa è un'affermazione fatta dal di fuori, in quanto bambini, in quanto parte di quella comunità così chiusa e adeguata alle stesse "indicazioni di vita" non era un dato da noi rilevabile, non eravamo abituati a chiedere, non eravamo martellati dalle pubblicità e non avevamo quasi mai fame.
Tornare a casa per i pasti era imprescindibile; era lo spazio per "fare famiglia", il momento di condivisione delle vicende e di eventuale rimprovero nel caso ci fosse qualcosa da confessare o comunicare al babbo giudice-maximo e dispensatore di sguardi severi che facevano passare per sempre la voglia di ripetere certi comportamenti.
La parte difficile dell'infanzia è lasciarla.
C'è la spinta interna alla ribellione e alla ricerca dell'affermazione di sé, e ci sono i genitori che tendono a non riconoscere quella spinta ed il proprio figlio/a, in quell'individuo che non sa ancora cosa vuole e cos'è ma sa benissimo cosa non vuole più essere; piccolo, remissivo, ininfluente.
Ad un certo momento non basta più lo sguardo del genitore che ci spiega la realtà; vogliamo trovare il nostro punto di vista e le nostre giustificazioni e diventare autonomi.
Io questa spinta l'ho sentita prestissimo, forse perché donna quindi impossibilitata a fare qualsiasi esperienza al di fuori del nostro nucleo familiare, mentre i maschi potevano fare sport, uscire dopo cena, alzarsi senza sparecchiare e rifare i letti; le femmine dovevano mantenere un comportamento decoroso quindi rientrare a certi orari, da scuola o dal lavoro o dalla chiesa o da "sotto casa".
I miei genitori non sentivano ragioni, secondo loro non c'era bisogno che una figlia facesse sport di alcun tipo, quindi era preclusa la frequentazione di centri sportivi o palestre, non era prevista l'educazione musicale (riservata ai soli maschi che facevano parte della banda del paese) ed era disdicevole in genere essere viste troppo "in giro" .
Tutti gli sforzi che loro concentravano sulla nostra educazione virtuosa facevano aumentare in me la spinta verso un'idea d'indipendenza assoluta dal genere maschile da femminismo post sessantottino.
Il primo passo sarebbe stato quello di studiare, non era una fatica per me, mi era sempre piaciuta la scuola, la possibilità di incontrare persone al di fuori della cerchia familiare e confrontarsi sui diversi stili di vita e sui massimi sistemi ma anche sulle semplici storie ed abitudini dei paesi vicini.
Il passo successivo e decisivo sarebbe stato quello di trovare lavoro, anche questo non sembrava un grosso scoglio per quel periodo, ma io volevo di più, volevo uscire dalla bolla di conformismi che rendeva così difficile, per una donna, affermare il proprio pensiero.
Non mi sarei accontentata di un mezzo risultato.
I miei genitori non si sarebbero accontentati di una mezza decisione.
Misero alla prova la mia voglia di autonomia:- Vuoi andare a vivere da sola? Allora comincia a lavarti tutto il bucato da sola, a mano! Vuoi andare via di casa? Le brave ragazze vanno fuori di casa solo se sposate!
Che messaggio era per una poco più che adolescente cresciuta dentro un paese-bozzolo in cui ognuno aveva il proprio ruolo predefinito e guai a tirar fuori una sfaccettatura personale? Avrei dovuto sposare il primo che avrei incontrato e tenermelo tutta la vita per non sporcare il buon nome della famiglia.
Magari vivere sempre nel paese o comunque nei dintorni dove avrei potuto tranquillamente insegnare ai miei figli le stesse regole di convivenza civile in modo da assicurare al mondo un'altra generazione di immobilismo.
So che sembra una storia d'altri tempi ma vi assicuro che non sono centenaria.
Questi tentativi di condizionamento stavano minando la mia impressione di famiglia perfetta, felice, si ma solo quando i figli si comportavano esattamente come indicato dai genitori, una felicità a senso unico insomma.
Babbo e mamma non si capacitavano dei miei desideri espressi; ma come, era così giudiziosa ed obbediente da piccola...
"Giudiziosa" è una parola-trappola, sembra un apprezzamento positivo invece è un condizionamento;
sei giudiziosa solo finché ragioni come me, poi diventi irragionevole, scriteriata, è un confine davvero labile.
Comunque un bel giorno andai via di casa, mia madre colta da un residuo di dovere "del corredo" mi diede qualche asciugamano nuovo, mio padre andò a lavorare prestissimo senza salutarmi e non mi parlò per un anno intero.
Ero diventata una poco di buono andando a vivere con il mio uomo senza sposarmi, il mio gesto avrebbe infangato il buon nome della Famiglia che dal quel momento sarebbe potuta diventare oggetto di scherno e dileggio da parte degli abitanti del paese, tutti così virtuosi ed esemplari.
Ho messo circa 800 km tra me e il mio paese d'origine pieno di esempi irraggiungibili.
Chissà però come sarei diventata se non avessi avuto tutto quei confini, quei "paletti" entro cui muovermi con pochissime possibilità di fuga, forse non avrei avuto quel desiderio di libertà e di indipendenza che ha caratterizzato la mia vita, forse non avrei fatto tante di quelle cose per cui sono così fiera oggi.
Forse mi sarei adeguata, avrei fatto più esperienze da ragazza ma senza godermele fino in fondo, dandole per scontato e poi avrei avuto meno voglia di farne altre o di impegnarmi al massimo.
Forse sarei rimasta sempre in quel piccolo paese senza poi credere tanto in me stessa perché non avrei fatto niente di diverso rispetto alle generazioni precedenti.
Forse invece sarei stata uguale ma avrei fatto solo meno fatica, chi può dirlo, so solo che ci sono due frasi che non sopporto più di sentire:
1) da grande capirai (anche se non riferito più a me)
2) si fa così perché abbiamo sempre fatto così.
 
La mia infanzia, di cui ho un ricordo stupendo, mi ha dotato di tanta voglia di conoscere e spirito di avventura; due ali perfette per volare verso l'età adulta, lo "strappo", fisiologico, è stato forte e per questo non posso che scusarmi e ringraziare chi mi ha accompagnato...
Grazie mamma, grazie babbo!

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