sabato 5 agosto 2017

Nero di mare

La vicenda si svolge in Sardegna e come il luogo in cui è ambientata, è una vicenda dura e forte in cui il protagonista diventa l'eroe solo dopo intrighi e sofferenze. 

I personaggi sembrano tagliati nel granito sardo con le loro reazioni crude, realistiche e profondamente umane.
Nero è il titolo e anche il genere letterario a cui appartiene, non c'è un assassino da trovare ma un passato tragico da cui redimersi.
Ci sono i paesaggi che amo descritti quel tanto che basta da far immaginare il profumo di macchia mediterranea e i colori di una terra senza mezze misure che accoglie, mette alla prova gli animi e a volte perdona.
La storia si legge d'un fiato, trattiene l'attenzione sí da esser "consumata" voracemente tenendo alto il desiderio di redenzione finale.

venerdì 14 luglio 2017

Riletture dissacranti

Dissacrare i testi religiosi è quanto di più moderno si possa fare e non dovremmo limitarci a quelli della nostra religione. Per fare un'operazione del genere si devono conoscere a fondo i testi originali, che si sia religiosi o meno, anche se il fatto di avere dei dubbi implica non accettare i dogmi così come vengono presentati e quindi potrebbe essere di per sé un'etichetta di ateismo o quantomeno, scarsità di fede.
(I tre testi di cui si parla)

Essere inseriti in una cultura cattolica ma non ortodossa come la nostra, permette di avere un'infarinatura sui precetti ma non l'obbligo morale di seguirli passo passo e questo rende più facile l'azione del pensiero critico.
In qualsiasi libreria si possono trovare dei testi di analisi e commenti delle religioni e dei relativi "vangeli", dopo la lettura di quelli relativi ai ritrovamenti dei manoscritti del mar morto, ho trovato interessantissimi questi tre.
La cosa che li accomuna è il fatto di considerare i personaggi di cui si parla non già come "onnipotenti" ma come semplici esseri umani con tutte le pulsioni e i tormenti che viviamo ogni giorno. Pulsioni che la dottrina non ha mai immaginato di mostrare o raccontare per non ridurre Gesù e Maria a semplici mortali pieni di debolezze umane.
E così Gesù va via di casa come un classico adolescente e si rende conto solo alla fine del fatto di essere poco più che una pedina nel disegno espansionista (negli animi umani) di Dio.
E Maria è una giovane ribelle tanto moderna che trova la sua strada nel mondo
nonostante la condizione femminile ai suoi tempi (che per certi versi sembra la stessa di adesso).
Caino poi sovverte tutti gli ordini del mondo, subisce e affronta continuamente i desideri capricciosi di un Dio che si muove come uno statista di una qualsiasi dittatura, ne smaschera
le intenzioni e rovina continuamente i suoi piani riuscendo alla fine a metterlo
di fronte alla sua Coscienza.

(Una pagina del "Vangelo secondo Maria")

Tre libri interessanti, che catturano con un' idea arguta e finali sorprendenti, scritti benissimo,
che ispirano al ragionamento e alla riflessione, alla sola condizione di avere la mente un po' aperta per uscire dal solito schema che ci portiamo dietro da secoli di cultura intoccabile.
(Esempio di ironia di Caino).

mercoledì 5 luglio 2017

Accumulo di pensieri

"Accumulare" è un verbo il cui significato mi provoca ansia.
Il fatto di accumulare oggetti, abiti, riviste, provviste, sottintende un senso di povertà di risorse interiori; come avessimo bisogno di ancorarci agli oggetti, esterni, altro da noi, per affrontare la vita con sicurezza. Questo comportamento aveva senso nel dopoguerra non certo ai giorni nostri in cui i negozi e i mega centri commerciali sono aperti ogni giorno dell'anno h24.
Credo ci si debba liberare di certi preconcetti che ci hanno inculcato in famiglia sull'opportunità di non buttare via niente e di avere una certa scorta di tutto quanto possa esserci utile prima o poi nella vita. Se non per altro per abitare al meglio le nostre stanze sempre più piccole, i nostri momenti liberi sempre più preziosi che passati a spolverare oggetti anche belli magari, ma inutili.
In cucina si può improvvisare; se restiamo senza tonno pinne gialle pescato nell'oceano pacifico e subito inscatolato, si può provare a condire la pasta con le lenticchie cotte con pomodoro, peperoncino, cipolla e sedano freschi, come si faceva ai tempi andati. Certo, per cucinare ci vuole tempo, forse possiamo alleggerire le nostre giornate da impegni imposti socialmente (a parte il lavoro) tipo frequentare posti alla moda, vedere determinati programmi televisivi, fare shopping in luoghi lontanissimi perché più in voga. Forse possiamo evitare di postare ogni nostro spostamento sui social e poi rispondere ad ogni commento per "accumulare" il maggior numero di "like".
Forse cucinare la pasta con le lenticchie non è la massima aspirazione della maggior parte degli individui ma vi posso assicurare che ci guadagna il gusto, il piacere del palato e dei cinque sensi nel lavorare verdure fresche, la salute e soprattutto l'autostima.
In fondo cucinare, come ogni attività manuale non ripetitiva, è un atto creativo e che predispone alla riflessione e alla meditazione.
L'unica cosa che posso tollerare di accumulare sono i libri, letti, disposti con un certo ordine e con il titolo o la copertina ben visibili in modo da ritrovarli subito in caso di bisogno.
I libri sono la mia carta da parati preferita, arredano l'anima e la casa.
Anni fa accumulavo anche le riviste ma internet ne ha cancellato l'utilità.
Ho conosciuto addirittura persone che accumulavano altre persone chiamando amici semplici conoscenti che non avevano nel cuore solo per l'ansia di non sentirsi soli.
Ora mi fermo con questo accumulo di parole che libera pensieri
ma riempie questo post, poso la penna e mi disarmo.

mercoledì 28 giugno 2017

Il figlio sospeso

E' un sedicenne come tanti altri, un bravo figlio, siamo tutti bravi figli per qualcuno, lui è un figlio in attesa; in attesa di vivere, di provare, di mettersi in gioco.
In attesa di decisioni che arrivano da altri, incapace di prenderne per sé, di scegliere una strada.
In attesa di conferme da chi gli vuole bene che non accetta perché ritiene di parte.
In attesa di trovare dentro sé la forza di capire cosa vuole essere.
E' in sospeso dalla vita, in balìa degli impegni altrui, incapace di inventarsene di propri, di prendere qualsiasi iniziativa.
E' in attesa di qualcosa che non sa neanche lui che lo faccia sentire autorizzato ad esporsi, ad esplorare, ad imparare cose nuove.
Ora parte per lavorare e starà via due mesi e forse tornerà diverso, maturo, con un' idea per il suo futuro.
Questo è il mio augurio: che possa tornare più forte e più sicuro.
Sarò in attesa anch'io; del suo ritorno, e come quella volta che l'ho atteso nove mesi, ho tagliato i capelli corti come mai prima, come un gesto scaramantico, portafortuna.
Come se tagliare via gli orpelli inutili aumentasse la forza, al contrario che nel mito di Sansone.
Lui partirà scontroso e suo malgrado e si troverà davanti un mondo nuovo, pieno di sole, colori e sconosciuti da cui trarrà timore e ispirazione sapendo che però comunque vada; l'amore della sua famiglia è dentro e intorno a lui.

venerdì 9 giugno 2017

Un libro da favola


Ogni parola, ogni frase di questo libro è un'immagine che si muove e oscilla veloce tra cuore  e mente creando una rete magica che, non cattura ma libera emozioni e riflessioni. 
E' una storia che fa innamorare fin dalla copertina e continua a meravigliare con le bellissime illustrazioni e l'attualità dei protagonisti che si muovono in un'atmosfera quasi fantasy, nel nostro tempo ma al di fuori dei limiti temporali, in un luogo realistico ma indefinibile.
C'è un viaggio, metafora della crescita,  ci sono le difficoltà da superare create dalla situazione sociale (tristemente veritiera) portata all'esasperazione, c'è la fanciulla da salvare che non sta
inerte ad attendere ma riveste un ruolo attivo e propositivo, ci sono animali domestici
e selvaggi con un ruolo risolutivo.
E' una mappa straordinaria per perdersi tra bizzarri e pericolosi personaggi e
ritrovarsi tra valori e sentimenti puri.

domenica 4 giugno 2017

Diario di una viaggiatrice seriale

Eccoci all'aeroporto internazionale di Malpensa per i l nostro breve tour croato. Dopo aver fatto tutti i controlli del caso ci dirigiamo verso il nostro aereo , chissà quale sarà tra i tanti parcheggiati in due file nello spiazzo enorme. Intanto che mi guardo intorno ci fermiamo per dare la precedenza ad un boeing gigantesco dell'Uzbekistan, credo che anche voi non avreste mai immaginato che quello stato così remoto potesse avere un mezzo tanto moderno e non si muovesse ancora su zampe animali. Invece il nostro bus si ferma di fronte ad un piccolo anzi piccolissimo aereo a elica con una breve scritta che lo riempie facilmente tutto: Croatia. E' proprio qui che sorgono i primi dubbi sulla robustezza e capacità del mezzo di arrivare a destinazione; Zagabria (Zagreb), capitale del giovane stato che sa vendere tanto bene le proprie attrazioni naturali e la voglia di vivere e di dimenticare il recente passato. A sentire le nostre battute cominciano a ridere anche i nostri vicini e compagni di viaggio (cosa che ci accade spesso) quindi cerchiamo di limitarci per non farci sentire dall'equipaggio.






                                                   


Comunque sia, saliti tutti i passeggeri (forse una cinquantina) anche se siamo al completo lo spazio è ampio e comodo, calibrato per l'alta statura dei croati e forse per i vicini e anche più alti montenegrini, e ci alziamo dolcemente quanto incredibilmente verso il cielo come su un aereo vero.  Il tramonto ci viene gentilmente offerto in anticipo rispetto al solito dato che ci dirigiamo verso est e il colpo d'occhio sul delta del Brenta o chissà quale fiume abbiamo sorvolato è impagabile.

A questo proposito vorrei inoltrare un reclamo sul fatto che alcune città non siano individuabili dall'alto, dovrebbero avere un simbolo, un motivo di riconoscimento anche da 4.000 piedi perché non sempre i piloti hanno voglia di fare la lezione di geografia ai passeggeri curiosi come me.
Dopo un volo di un'ora e mezza arriviamo nei pressi di Zagreb che è ormai quasi buio, spariscono le strade e gli appezzamenti dei campi e compaiono le luci delle case e delle stelle. E' come se la città volesse rispecchiare o provare ad imitare il cielo stellato. Atterriamo in un aeroporto nuovissimo, moderno e quasi deserto e riusciamo comunque a sbagliare direzione, con lo sguardo in su e la bocca ad "o" per cercare di fotografare il nuovo ambiente seguiamo i nostri compagni di viaggio che al contrario di noi sono giunti a destinazione e ci troviamo fuori. E' l'occasione per mettere alla prova il nostro inglese da turisti estemporanei, ci rivolgiamo a un addetto alla sicurezza che ci risponde in un inglese perfetto e un'espressione funerea che ci mette in allarme rispetto alla gravità del nostro errore. Immagino già di dover fare chilometri e chilometri a piedi per trovare il gate e non riuscire a raggiungerlo in tempo per la nostra coincidenza per Split (Spalato) dove ci attendono i nostri accompagnatori. E' il momento di tirar fuori tutta la nostra prestanza fisica e correre con la valigia verso le partenze, in salita, sulle scale, con il mio compagno che perde i  pantaloni perché ha dimenticato la cintura (nel corso del viaggio dimenticherà anche un cappello e una sciarpa).
Arriviamo ai controlli all'ultima chiamata ed entriamo in aereo con aria indifferente dissimulando perfettamente il fiatone. Questa volta si tratta di un boeing a reazione, anch'esso pieno di gente ma con una netta differenza nel personale di bordo. Tanto le hostess del volo a elica erano mature e pienotte, d'antàn anche nel look, tanto queste sono giovani e snelle, alte, con un taglio di capelli giusto ed il rossetto attuale. Ci addentriamo nel buio più fitto più in alto di prima, ci siamo solo noi e le stelle e un'ora dopo si indovina il mare bordato di lucine. A Split, grande ed importante città costiera, ci aspettano due giovani croati che al contrario di noi parlano benissimo inglese. Uno dei due è particolarmente loquace e socievole, ci racconta di sé e della prossima destinazione cercando le parole più semplici per noi che ci riscopriamo umili e inadeguati ma dopo tre giorni andrà molto meglio. Su una strada scorrevole e quasi vuota dato l'orario, con un panorama che possiamo soltanto immaginare, arriviamo alla nostra meta: Makarska, ridente cittadina che scopriremo soltanto la mattina dopo.

                                                                                                         


Giunti al nostro appartamento all'hotel Miramare, nuovo elegante e dotato di centro fitness e wellness e wi-fi velocissimo ci accorgiamo subito del vento fortissimo che soffia fuori dalla finestra e sibilerà ininterrottamente per tuta la notte e anche quella successiva. La mattina ci sveglia il sole e la musica croata, melodica, ripetitiva come il nostro liscio, si dà il cambio con il vento, suonando ad alto volume per tutto il giorno. Più tardi scopriamo che proviene dalla nave Jadran che porta i turisti avanti ed indietro per il piccolo golfo, le insenature e le isole circostanti.



La città è piena di turisti provenienti da tutta Europa che come noi girano per godere delle meraviglie naturali e della cordialità genuina di questo popolo. In qualunque posto ci troviamo; sia nel percorso nel bosco, sia nelle viuzze più strette e nelle spiagge, aleggia su di noi l'altissimo "Biokovo", il monte che raggiunge fino ai 1.200 m e sembra la mano di una madre pronta alle carezze e alla protezione dei suoi figli. E' una presenza meravigliosa, importante e rassicurante, silenziosa ed evocativa e riempie lo sguardo come e più del mare che qui è sempre abbastanza calmo per via delle numerose isole nei dintorni. Decidiamo di recarci in spiaggia a verificare se qui l'acqua è davvero gelida come si sente raccontare, in effetti lo è... allora invito il mio compagno a passeggiare sulla battigia così da sperimentare l'idromassaggio naturale almeno sulle gambe ma la spiaggia è formata da piccoli sassi e ghiaina che rendono dolorosa la camminata a tal punto che decidiamo di tuffarci per cambiare tipo di sofferenza. In realtà dopo il tuffo e dieci minuti di nuotata per riattivare la circolazione bloccata riusciamo a giocare e divertirci come nelle spiagge da noi già vissute e come i temerari turisti nordici che si buttano senza pensarci un attimo.




Il secondo giorno rispondiamo in inglese in modo comprensibile e proviamo a ordinare al ristorante utilizzando i pochi termini croati conosciuti, non ci sarebbe neanche bisogno perché qui quasi tutti conoscono un po' di italiano ma proprio per questo guadagniamo i complimenti del cameriere che ci rivela la fama negativa di quei pigri italiani che non si sforzano minimamente di imparare alcunché.
Proviamo un piatto di carne deliziosa, delle polpettine allungate e grigliate che si chiamano "cevabcici" e si accompagnano ad una stuzzicante salsa ai peperoni e la birra locale "pivo" Ouiziko, aromatica e buonissima. Comunque, qualsiasi cosa ordiniamo ci viene servita con delle verdure spadellate e delle patatine fritte e i prezzi sono accessibilissimi rispetto alle città italiane. Sul lungomare ci sono i proprietari dei barconi che ci offrono giri turistici anche con i sottomarini per ammirare i fondali, al terzo personaggio che ci chiede se siamo finlandesi (noi, di altezza meno della media!) ci guardiamo e decidiamo di viaggiare con abiti e maglie meno appariscenti che non ricordino alcuna bandiera.
La cosa che più ci colpisce di Makarska sono le persone: sempre gentilissime, rispettose e soprattutto giovani, abbiamo incontrato pochissimi anziani autoctoni e ci siamo dati una triste motivazione.

Questo posto mi ha sorpreso per tanti e diversi motivi ma sempre favorevolmente e ha cancellato diversi pregiudizi su questa popolazione ricca di idee, voglia di fare cose che per noi sono scontate perché acquisite da tempo e capacità di costruire buone relazioni con gli altri.



giovedì 18 maggio 2017

Riposa leggendo

Legge romanzi per emozionarsi
legge di saggi per ispirarsi
legge di viaggi per innamorarsi
legge poesia se stanca rincasa

stanca rincasa e le gambe riposa
la mente viaggia poemi e paesi
fragile è il corpo, i sensi confusi
le lettere danzano e formano frasi
sembra sconfitta ma la mente osa
voli magnifici, atti mai arresi
eventi lontani, avventure tortuose
strade in salita, chilometri franosi
ove poi decidere soste improvvise
a riposare e leggere poesie e prose.

lunedì 8 maggio 2017

Polpa di fulmine


Un mese era bell’e passato

dal loro incontro nel campo arato

aveva colto tutto il contadino;

chiuse le verdure nello stanzino.

 

Iniziarono così, quasi per caso

a prendersi in giro, per il naso

Cavolo e Zucca bitorzoluti

trovandosi così vicini, seduti.

 

L’altre verdure notaron divertite

lo scambio di proposte assai ardite

gli sguardi e i sorrisi sinceri

che li facevan sentir tanto fieri

 

e tanto amati, nonostante tutto

i due; Zucca vuota e Cavolo brutto.

Parlavano insieme di ogni cosa

e un giorno lui le portò una rosa.

 

Vissero i loro giorni sempre uniti

finendo in una teglia ben conditi

così le altre verdure finalmente

riconobbero la passione ardente.

 

E così continuarono a provare

ma non riuscirono mai a spiegare

quella grottesca storia d’amore

tra una zucca e un cavolfiore.

 

martedì 2 maggio 2017

Doppio senso


Sto benissimo, cosa credete,

ho soltanto bisogno di bere

e sentir strepitare i cavalli.

Ho dato il mio massimo sempre

ho schiacciato l’acceleratore

guidato dalla smania di arrivare

in ogni senso, in ogni istante, in ogni luogo.

E’ solo un po' di stanchezza

niente che non si possa curare

basta far scivolare la polvere,

ingrassare ogni particolare

basta poco e poi ripartire

verso strade da inventare

verso luci da inseguire

verso storie da ascoltare.



Fotografia di 
Enrico Volpe

Punto e a capo


Chi dice che il tempo finisce?

Chi pensa che sia tutto qui?

Perché misurare la vita?

Ciò che definisci perde valore

se si può misurare ha di certo una fine

è un’illusione poter controllare

il tempo, il pensiero, l’emozione.

Potresti andare sempre più forte,

potresti fare sempre di più

invece basta scoprire chi sei

non importa quanta vita ci vuole.

Quando il mio tempo è finito

metto in carica un altro cronometro

ho ancora istanti da vivere

e distanze da ingannare.



Fotografia di 
Cristina Cozzini

martedì 25 aprile 2017

Acc'énti

Come filtro magico usò il caffè
e trasformò la solita favola sdrucciola
in una lieta fiaba piana.
"Raccontacela" dissero gli accenti
che abitano le bisdrucciole
ma lei, fata Grammatica, si girò,
dimenticandosene.
Così offese gli accenti
e le loro curiosità di gioventù
e le parole tronche riempirono città
e non le si rivolsero mai più.


mercoledì 19 aprile 2017

Inaspettata certezza.

Sei tu?
Eccoti dunque
dov'eri nascosta?
Sotto il ghiaccio di passi pesanti
nei bagliori sognanti di sguardi distratti
tra le pieghe di leggeri indumenti
nell'attesa, fiduciosa, di tepori dimenticati.
E ogni volta quel dubbio
pretestuoso, insolente, grottesco
del tuo ritorno.
Ma ora sei qui.
Inaspettata certezza
sospirata magia
risvegliami,
aprimi,
illuminami,
finalmente, primavera!

giovedì 13 aprile 2017

La vita in città è semplice

Bene, dopo solo tre giri dell'isolato sono riuscita a trovare un parcheggio, si due euro mi pare tanto ma ho ben due ore, dovrei riuscire a prenotare quella visita che vorrei fare da tempo anche se la sala d'attesa dell'ospedale fosse piena di vecchietti.
Incredibilmente faccio appena in tempo a rispondere a due messaggi che tocca a me e mi avvicino allo sportello con la prenotazione in mano e la trepidazione per quest'appuntamento che bramo come se dovessi incontrare un principe delle fiabe.  Si perché questa visita avrei dovuto farla a novembre, l'avevo già prenotata da mesi, ma per problemi familiari ho dovuto disdirla e voi non ci crederete ma certe visite si possono disdire ma non spostare o prenotare telefonicamente, forse il computer della Ausl funziona a senso unico! Spingo nella finestrella dell'impiegato il mio plico di fogli, (chissà perché scrivono solo due righe per pagina) e gli regalo il mio sguardo più languido e un doppio battito di ciglia che avrebbe steso qualsiasi barista o commesso. Ma lui non si lascia per nulla impressionare, si vede che i burocrati fanno dei corsi di resistenza appositi e mi fa capire che la mia prenotazione è troppo vecchia per procedere a prendere un appuntamento. Senza perdere l'aria da miss "fanciulla bisognosa quasi in pericolo" gli rispondo che avevo già un appuntamento che ho dovuto cancellare, cosa che ho fatto nei tempi dovuti e che fa di me un' esempio di etica quasi inarrivabile. Il gentile impiegato ne riconosce il valore ma questo mio gesto degno di onore e gloria nei secoli dei secoli ha fatto decadere la validità della mia prenotazione. Però per scrupolo, decide di chiamare la sua dirigente, dottoressa G. (non in medicina, suppongo, credo più in complicazione delle normative di accesso ai servizi e di riempimento di sale d'attesa di svariati studi medici), questa purtroppo conferma il suo dubbio: avendo io disdetto (che disdetta!) la mia precedente visita, ho perduto ogni possibilità di riutilizzare quella prenotazione. Quindi ora non mi resta che tornare dal medico di famiglia, dall'altra parte della città, tenendo conto dei suoi orari, e solo dopo aver ottenuto una richiesta identica a quella che ho in mano (4 fogli) tranne che per la data, potrò ritornare a questo sportello, nell'orario apposito, perché questa visita si prenota solo qui, per tutti gli abitanti di Parma e provincia, forse per la ricca accoglienza che offre agli utenti. Visto che devo fare altri due giri, penso che farò il terzo all'ufficio relazioni con il pubblico per denunciare questa assurdità e chiedo all'impiegato di dirmi gentilmente il nome del suo dirigente e lui mi spiega anche in modo dettagliato dove recarmi per reclamare. Comunque per questo vivace e interessante scambio di visioni ho perso solo venti minuti, quindi decido di fare un giro per i negozi  per rilassarmi e magari ritrovare il sorriso tanto ho ancora un'ora e 40 minuti nel biglietto "gratta e parcheggia". Ritorno alla macchina per avvicinarmi al centro città e mi avvio nel traffico con ammirevole calma, con la radio accesa e i finestrini aperti, entrambi, fa caldo, c'è vento, vuoi vedere che... no, impossibile, il biglietto non può volar via, penso fiduciosa mentre questo scivola dal cruscotto e vola, leggiadramente, fuori dal finestrino.

lunedì 10 aprile 2017

Apprendista eroe

Dell'umiltà so che quando leggevo le fiabe non mi permettevo di immaginarmi principessa, forse per quei condizionamenti familiari che mi attribuivano poca femminilità con il titolo di "maschiaccia", che io, peraltro, ho sempre considerato un complimento.
Nella definizione opposta "femminuccia" leggevo sempre un'accezione negativa, come anche in quella più sessista di "è proprio una femmina" che racchiudeva una miriade di significati con il sottinteso comunque che le qualità femminili portate all'estremo, fossero qualcosa di cui vergognarsi.
Forse per questo mi piaceva identificarmi con l'eroe e avrei voluto esserne lo scudiero (apprendista eroe) per poter salvare le fanciulle in pericolo e insegnare loro, con il mio esempio, a salvarsi da sé; che è più gratificante.
Che poi, chissà perché tutte queste fanciulle perennemente in pericolo secondo la tradizione popolare, come se per le "femmine" qualsiasi situazione potesse essere un problema insormontabile senza la presenza del maschio salvatore.
Eppure eravamo noi bambine ad andare a casa di nonna a prepararle da mangiare quando stava male, o a fare la spesa attraversando strade e affrontando draghi e orchi e tutti i vecchietti che cercavano di saltare la fila rubandoci il posto, perché si sa che i vecchietti sono molto impegnati.
Certo, il fatto di crescere in una famiglia numerosa e piena di maschi era un'occasione per mettersi alla prova continuamente: a chi saliva più in alto sugli alberi, a chi stava più tempo sott'acqua, a chi scalava la collina più scoscesa e spinosa. Il tutto scalzi, naturalmente, per non rovinare le scarpe e per non scivolare perché quando ero piccola io le scarpe da femmina erano solo le ballerine con il fondo piatto e la suola di cuoio.
Per me e le mie sorelle era un vanto riuscire a seguire i fratelli nelle scorribande, tutti magri, neri e piccolini, con i capelli tagliati a scodella, irriconoscibili sessualmente se non per i vestiti fatti dalla sarta che mamma ci costringeva a portare e guai se avessimo sciupato.
Anche il temperamento per un po' ne ha sofferto, negli anni delle elementari non disdegnavo le risse e ne uscivo spesso integra al contrario dei malcapitati che tornavano a casa con la maglietta strappata e del sangue che fuorisciva da qualche parte, ma per fortuna erano i tempi che i genitori non si intromettevano nelle questioni tra bambini.
Molto lentamente sono diventata donna e ancora più lentamente femminile e convinta delle superbe possibilità del mio genere ma non dimentico quello spirito combattivo che mi ha aiutata a crescere.

mercoledì 29 marzo 2017

Il pesce che ero.

Di quando ero un pesce mi ricordo la spensieratezza, la gioia di esplorare il mare e fare tanti incontri.
Andavo in giro così, per pura curiosità, non perché avessi fame o dovessi trovare
qualcosa o qualcuno. Mi piaceva incontrare tipi come me; impegnati nella ricerca
di alcunché se non dell'appagamento della propria, inesauribile, curiosità.
Nei fondali più profondi non si vede niente, bisogna intuire le informazioni
dal tipo di pinne in cui ci si imbatte.
Alcuni pesci hanno le pinne morbide, lisce, piacevoli da toccare,
con  questi viene voglia di giocare, sbattere e fare un po' di strada insieme.
Alcuni hanno le pinne tentacolose, viscide e mollicce e non sai se hanno voglia di giocare
o di digerirti con i loro sudori.
Le pinne cicciotte e piene di energia vanno bene da battere per suonare i ritmi più movimentati.
Poi ci sono  pinne secche e screpolate che avresti voglia di riempire di bava per idratarle
e farle diventare morbide e comunicative.
Con altre si potrebbe danzare per ore senza annoiarsi.
Io ero un pesce piuttosto vivace, non stavo mai fermo nello stesso mare per troppo tempo,
 un giorno, dopo una lunga assenza e come sempre quando avevo bisogno di chiarirmi le idee,
decisi di tornare a casa per capire se tutti quelli che avevo incontrato
erano proprio pesci o chissà che altro.
 A questa domanda avrebbe potuto rispondermi soltanto la mia mamma-uccello.


martedì 21 marzo 2017

Briciole di stella

Splendi per me dolce Luna
danza con Sirio
illumina Venere
col tuo lieve candore
fa che io trovi il coraggio
di dire al mio amato che l'amo.
Guidami Stella, portami a casa
unisciti lenta
alle tue sei sorelle
come da sempre
fai per noi marinai
cosi' tra le onde
trovero' la mia strada.
Brillate, voi, Astri
intorno allo sguardo
splendete piu' forte
senza stancarvi
d'ispirare poeti,
canzoni e preghiere
di essere ammirati
da infinite creature
briciole spente da voi generate
all'eterna ricerca
di quell'intreccio lontano.

sabato 4 marzo 2017

Racconta, vento

Il vento soffia                                      
 soffia e racconta
e non posso fare altro
che starlo ad ascoltare.
Sento la sua voce
che arriva da lontano
sento il suo respiro
che si insinua nelle fessure
e gonfia i panni stesi
fino a farli asciugare.
Non sono l'unica
che lo ascolta per ore
l'ho visto fare
agli alberi e al mare.
Si parlano a lungo
raccontano storie
muovendosi con grazia
in armoniosa danza.
Prendi le mie onde
disse il mare,
sollevale, vento
e falle ritornare.
Porta via i miei semi
disse il bosco,
portali in un posto
dove potranno fruttare.
Il vento ascolta e passa
e nel suo abbraccio raccoglie
semi, gocce e parole
per raccontare altre storie.
Dovrei imparare dal vento
a farmi sentire soltanto
dagli ostacoli che scontro
dagli alberi e i mari che incontro.

domenica 26 febbraio 2017

La ballerina di Prato

Sembra una campana ma e' una ballerina
dal carillon e' fuggita e sentendosi seguita
per non farsi trovare ha imparato a suonare.

sabato 25 febbraio 2017

Ti racconto un piatto

C'era una volta un letto di rucola; fresca e profumata, su cui si adagiarono dei carciofi saporiti e croccanti, finemente tritati.
I pomodori secchi, notando la sintonia tra i due, decisero di unirsi a loro per arricchire di sapore e colore il piatto e si trovarono benissimo.
Poi il clima si guasto' e comincio' a cadere dall'alto una nevicata di parmigiano grattuggiato e in piccole scaglie che presto ricopri' il tutto impedendone la vista ai commensali.
La temperatura comincio' a salire e la nevicata si tramuto' in una pioggia di olio extravergine che creava piccoli decori sul piatto che invitavano i sensi a esplorarne ogni sapore.
Purtroppo non esistono prove fotografiche del piatto che fu subito attaccato da cucchiaio e forchetta che mescolarono gli ingredienti con maestria per procedere all'assaggio immediato...
Bisognera' ritornare dall'Imelde per ripetere l'esperienza oppure rifornirsi da un ortolano di fiducia.

lunedì 6 febbraio 2017

Bisogno

Segno ogni sogno.
Sogno che disegno.
Disegno; è un bisogno.
Perdo il segno,
scordo il sogno e
bagno il disegno.

lunedì 30 gennaio 2017

Mystero in Sardegna

Martin Mystere sbarca in un'isola straordinaria e piena di "mysteri",
la Sardegna, per un'altra delle sue avventure che mescolano abilmente
 fondamenti scientifici e fantasia.
Il mio giudizio è di parte naturalmente, non solo perché sono sarda ma
 perché da sempre appassionata del "buon vecchio zio Marty".
Qui però è il giovane Martin che indaga tra le rocce nere e la terra rossa del Montiferru
che a dispetto dell'idea di luogo di vacanza arido e torrido ospita foreste da cui ci si potrebbe aspettare di veder spuntare qualsiasi creatura immaginaria o selvaggia o entrambe.
Le vignette sono realistiche come se il disegnatore l'avesse visto con i suoi occhi correre e arrampicarsi tra la macchia mediterranea. Tra le rocce millenarie
ed i profumi forti e pungenti che si intuiscono dalla forza dei colori, emergono poi i
 giganti di Monte Prama; ritrovamento archeologico di questi ultimi anni che anziché confermare le varie teorie antropologiche fa sorgere nuove, ulteriori domande sullo sviluppo della cultura nuragica e del mysterioso popolo sardo.
Non vi racconterò l'avventura, che ho adorato perché mi ha riportato ai miti della
mia infanzia (che non è poi così lontana), perché credo che questo albo valga lo sforzo di andare a cercarlo in edicola; luogo magico che rischia di fare la stessa fine dei continenti scomparsi
 a cui il mio eroe fa riferimento.
Quindi il rischio ed il pericolo maggiore da combattere è  la conoscenza, 
per il nemico di sempre che vuole mantenere gli stessi delicati
equilibri dei potenti di turno facendo di tutto per spegnere scintille di curiosità e consapevolezza facendo leva sull'arma di distruzione di massa  più potente che esista: l'ignoranza.


sabato 21 gennaio 2017

Il vizio di vivere


Era una bella giornata nel regno delle anime, l’aria piacevolmente tiepida e piena di profumi e gli abitanti sembravano svolgere le loro attività in pace ed armonia. Superbia entrò con fare altero al centro del salone e si mise a leggere una poesia scritta da lei, salì sulla sedia per emergere oltre e declamarla con enfasi, tutti ascoltavano poi commentarono:

Accidia- Ma dove la trovi la forza per leggere?                                        Ira - E’ UNA POESIA ORRENDA! Offende i miei timpani                   Invidia - Non avrei potuto scrivere di peggio neanche impegnandomi con tutte le forze                                                                                   Lussuria - Mmh hai usato delle parole così calde; così “penetranti”     Invidia - Scommetto che non l’ha scritta lei; l’ha copiata da internet!     Superbia - Io sono una vera poetessa diplomata in poetologia applicata e ho conseguito un master in pratica della poetica teoretica.                   Avarizia - Quanto hai speso per studiare così tanto!                               Ira- NON ESISTE NULLA DI TUTTO QUESTO!                              Invidia - Dici così perché avresti voluto scriverla tu                         Lussuria – Trovo così interessante la pratica; tutti i tipi di pratica                                                                                                    Gola - Ordiniamo una pizza?                                                              Avarizia - Si, ma dove costa meno                                                        Accidia - Non siate precipitose, lasciatemi pensare.                                 Ira - FUORI TUTTE, VIA, HO BISOGNO DI ARIA

Si alzarono e cominciarono ad uscire.

Accidia - Piano ehh, piano.                                                                       Gola - Volevo finire il mio spuntino                                                     Lussuria - Venite, datemi il braccio, che pelle morbida…                  Superbia - Devo dire che ho scritto una poesia bellissima, un’opera assolutamente nuova ed originale                                                     Avarizia- Ma si, si, facciamo una passeggiata? E’ salutare e non costa nulla                                                                                                    Invidia – Si, ho avuto la tua stessa idea                                                                                                          Ira - E TU BASTA COPIARE LE IDEE                                              Lussuria - Adoro questi temperamenti caldi e sanguigni

Le passeggiate erano il modo migliore per fare pace; le dee camminavano nei prati, in spiaggia, davanti ai negozi riuscendo quasi sempre a mettersi d’accordo. La vita era semplice, lassù, gli abitanti dell’Aden oltre a dedicarsi all’ arte talvolta lavoravano per esprimere al meglio le proprie caratteristiche personali. I boschi erano pieni di selvaggina, i fiumi e i laghi ricchi di pesce e la natura rigogliosa favoriva il buon umore e la serenità degli animi. Infatti, come una furia, una divina sbottò:

Avarizia  - Dov’è la mia spazzola?                                                    Superbia- Cosa ti fa pensare che sia qui?                                                  Ira - Come ti permetti di insinuare che abbiamo la tua spazzola?           Avarizia -AAAha! (urlando e battendo i piedi )                                    Accidia (Svegliandosi di soprassalto)- Che succede ora?                   Avarizia - Avete preso la MIA spazzola                                                  Gola – Ma no, tutte noi ne abbiamo una                                               Invidia – In effetti la sua è diversa, è rosa, è morbida                     Avarizia - E’ mia!                                                                               Lussuria - Potevi chiedergliela forse, anche se così arrabbiata è più intrigante                                                                                                  Ira - Tanto lei si arrabbia per tutto                                                     Avarizia – Senti chi parla! Argh (avventandosi su Ira)

In quel momento entrò l’esecutore del valore civico – Che sta succedendo qui? Mi hanno mandato per schiamazzi e disturbo della quiete divina.

Tutte assunsero un’aria calma e rilassata, lisciandosi gli abiti, pettinandosi, studiandosi le unghie…

Lussuria – Non so agente, è sicuro che il posto sia questo? Forse ha sbagliato boudoir

-         Sono sicurissimo, non cercate di depistarmi, i vicini si lamentano delle urla che provengono da qui, e qui ci siete solo voi,

                                     urlavi tu? O tu?

Accidia -Ma agente, sul serio, le sembriamo persone agitate? Persone che urlano? Non si addice a delle divine come noi.

Una alla volta si rivolsero all’esecutore con suadente calma mentre le altre, fuori dalla sua vista, cercavano di incolparsi e colpirsi a vicenda.  L’esecutore si mise a camminare tra loro con aria sospettosa, con in mano una penna di pavone e un blocco di fogli d’oro per prendere le generalità delle sospettate, usava la penna anche su di loro per alzare un mento, scostare capelli, abbassare le mani che provavano a protestare. L’atteggiamento era innocente quando si avvicinava e si scatenavano fuori dalla sua vista. Ad ognuna di esse chiese il nome e cosa facessero in quel luogo e loro si dichiararono ottime amiche facendone montare l’ira a sua volta.

-         Insomma! Basta con queste bugie! Cosa fate qui tutte insieme! E cosa avete da urlare!?

Ira -Veramente ora è lei che urla…

-         Non mi fate arrabbiare!

Avarizia -Oh no, assolutamente, cadere nell’ira è un vizio orrendo.    Accidia -E’ un’inutile spreco di energie                                                 Superbia -E’ un comportamento inopportuno per una persona come lei.

-         Adesso basta! Vi porto tutte in questura!

Gola - Ma non vuole prendere una camomilla? Magari un biscottino, così per calmarsi, per rilassarsi                                                                             Ira - Sembra davvero fuori di sé                                                      Superbia - Le capita spesso di cadere preda dell’ira? A me mai          Invidia -  Potrei consigliarle un ottimo terapeuta                              Lussuria -Io conosco dei metodi piacevoli e naturali per mantenere la calma (la lussuria esplodeva da ogni sillaba), se vuole le spiego come si fa    Invidia - Se fossi in lei, non mi abbasserei a questi vizi così plebei   Avarizia - Sa che si consuma tanta ma tanta energia ad arrabbiarsi così? Accidia - Oddio io non ce la farei proprio.

Tanto fecero e tanto dissero che l’esecutore esplose di rabbia e cercò di catturarle ma senza alcun risultato, le anime dei vizi erano bravissime a    nascondersi dappertutto.                                                                           Il fatto di esserne l’incarnazione stessa dava loro la capacità di intravedere piccole parti di sé in chiunque incontrassero nonostante le persone cercassero di dissimulare comportamenti e attitudini                  anche solo  velatamente viziosi.                                                                    Specialmente Invidia riusciva a mascherarsi dietro a gentilezze e complimenti cambiando espressione come una grande attrice.                    Un giorno pensò di invitare tutte le dee a cena da lei per dimostrare le sue capacità in cucina. Avrebbe preparato una ricetta speciale di “zuppa d’incanto” che l’avrebbe fatta brillare in eterno come la più brava cuoca del regno. Cercò nel bosco le erbe migliori, le più fresche e rigogliose che poi girò nel pentolone con un lungo mestolo ed un sorriso denso di perfida      malignità.                                                                                                      Presto arrivarono tutti i vizi chiacchierando amabilmente.

Gola – Mmh che profumino                                                                Avarizia – Davvero è per noi?                                                           Superbia – Io una volta ho cucinato una zuppa così buona che è venuto Geus in persona a farmi i complimenti                                                              Ira- Ma piantala di spararle così grosse                                              Accidia – Non ti stanchi a girare così forte con quel mestolone?      Lussuria – Che profumo invitante                                                        Invidia – Vi prego, amiche care, aspettate fuori; non è ancora pronto

Uscirono ad aspettare cercando vanamente di farsi offrire una sigaretta da Avarizia che rovistava nella borsa per prendere tempo.
Erano ancora sorprese da quell’invito improvviso.  
 Gola non stava più nelle sue morbidezze, non sarebbe riuscita a resistere a lungo.             
Fortunatamente si era portata da casa qualche stuzzichino: mozzarelline al basilico, flan di nuvola al pepe rosa e tartine alle uova di lampreda.
 Lungo la strada aveva raccolto dei succosi frutti di bosco che ora rendevano più dolce l’attesa. Se almeno quel profumino non le avesse stuzzicato le narici avrebbe potuto schiacciare un pisolino come Accidia o cercare monete perdute dai passanti come Avarizia.                                    I camerieri entravano ed uscivano dalla cucina per soddisfare le richieste di Invidia, Superbia li ammorbava con il racconto delle sue imprese e Lussuria li distraeva con le sue grazie che lasciava intravedere tra sorrisi lascivi e vivaci allusioni. Gola doveva ammettere che Lussuria faceva un certo effetto anche a lei come a tutti gli abitanti del regno che l’amavano, ricambiati, indistintamente. Lei si accompagnava ad ognuno, instancabile, donando intense, seppur effimere felicità. A fermare le sue riflessioni ci pensò Ira che per tutto il tempo aveva camminato per l’atrio formando un solco a forma di “otto” o forse di “bretzel”.

Ira – BASTA! Non voglio più aspettare! A quest’ora doveva esser già pronto! Crede che non abbiamo niente da fare!?                                  Accidia - Fare? Dobbiamo fare qualcosa? Non si tratterà mica di lavoro, vero? Non so se oggi ho abbastanza energia                                     Lussuria – Oh adoro il lavoro, l’aria accaldata, i muscoli tonici, il sudore tra i capelli! (il cameriere diventò paonazzo )                                          Superbia – Io modestamente ho fatto tanti lavori nella mia vita distinguendomi sempre dalla massa che si accontentava dei primi, mediocri, risultati senza puntare al massimo del rendimento

Stava per stilare nel dettaglio l’elenco dei suoi lavori e dei riconoscimenti ottenuti nel corso dei secoli quando Ira fece un urlo tale che Invidia arrivò di corsa a vedere se qualcuno si fosse, per caso, fatto male. Lussuria per lo spavento fece cadere una spallina del peplo ed il cameriere a quella vista fece cadere il vassoio.

Accidia – Guardi, l’aiuterei a raccogliere ma mi fa un po' male la schiena Superbia – Allora, Invidia, è pronto? Io sono velocissima a fare la zuppa                                                                                                        Ira prese uno strofinaccio per imbavagliare Superbia e si rivolse ad Invidia – Allora? Siamo qui da tanto tempo che avremmo potuto impiegare in modo più soddisfacente!                                                                             Lussuria – Si, soddisfiamoci!                                                                Invidia – Venite “care”, prego Accidia, siediti subito, sei così stanca, non ti invidio proprio, entra Lussuria, lascia stare i miei camerieri o non riusciranno a servirci la cena, Ira ti prego, rilassati; non ti verrà mal di gola? Gola dove sei? Già a tavola, brava. Avarizia smetti di cercare, donaci la tua compagnia. Ora Superbia se prometti di usare la bocca solo per mangiare o elogiare il cibo, ti libero, fai “si” con la testa.  Ed ecco a voi, mie carissime, la mia favolosa zuppa d’incanto, sono sicura che vi piacerà e la decanterete per tutto il regno.      

La tavola era fresca ed elegante, con stoviglie di  porcellana e posate d’oro che Avarizia nascose in tasca per poterle rivendere al mercato colorato ricavandone un bel po' di monete. Gola finì subito la zuppa e ne chiese una seconda porzione per poterne apprezzare meglio il sapore. Lussuria dapprima ne aspirò il profumo ad occhi chiusi come se volesse riempire ogni sua cellula poi ne prese una cucchiaiata osservando i riflessi dorati che sembravano danzare alla luce della luna piena. Con le dita si bagnò le labbra prima di gustarla finalmente con ogni papilla della sua lingua sensibile. Invidia guardava lei ed i suoi camerieri che la fissavano rapiti ed era indecisa verso chi scatenare l’Ira. Accidia non riusciva a capacitarsi di come avesse fatto Invidia a preparare tutto con le sue mani, cogliere le verdure e le erbe, pulirle, cucinarle.

Accidia – Buona! Chissà quanto ti sarai stancata!                               Avarizia – Figurati, avrà fatto fare tutto al cuoco                           Superbia – Vi dò la mia ricetta perché questa è buona ma dovete sapere che io ci metto anche…                                                                             Ira – Non iniziare a vantarti, mangia.                                                  Invidia – Gola ti piace? Dopo 3 piatti dovresti esserti già fatta un’idea.                                                                                                   Gola - Si, finisco questo poi ti dico.                                                   Lussuria – Io mi faccio un sacco di dee, cioè, di idee.

Fu una cena memorabile, la zuppa era un incanto e fu offerta anche ai domestici con grande sdegno di Avarizia che avrebbe voluto mettere gli avanzi nel freezer. La musica di sottofondo non disturbava assolutamente il riposo di Accidia, beata dopo 2 piatti di zuppa e Gola, crollata anche lei dopo molti di più. Lussuria senza scarpe ballava sul tavolo attirando tutti gli sguardi, anche quello velenoso di Invidia. Ira ballava come posseduta inventando movimenti e ritmi sconosciuti a quella musica. Avarizia per non consumare energie si limitava a muovere la testa, ogni tanto richiamava Superbia che spiegava ai camerieri come secondo lei,                         avrebbero dovuto sparecchiare. 
Accidia, osservava sorniona e decise di fissare quel clima festoso trasformandolo in ricordo, quindi, fingendosi sonnambula, si avvicinò a Lussuria e le fece una lunga carezza che l’accompagnò al riposo, proprio là, sul tavolo.                                            
Ira la vide avvicinarsi con calma e conoscendone il potere                          si distese sulla poltrona e bastò una scompigliata ai capelli per farla rilassare. Accidia poi si avvicinò ad Avarizia che fu viziata di baci,              a Superbia tolse la corona d’alloro, Invidia crollò con un solo battito di ciglia pieno d’affetto.                                
La musica finì e con essa le parole e le danze e tutti caddero in un sonno profondo e ristoratore come solo la fatica riesce a concedere                   o, talvolta, il vino.                                                                                    

 

 

 

 

 

 

 

 




 
                                       
                                                                                                                                               
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 




 

  •